BARBARI

Barbaro è da sempre un termine dispregiativo, un insulto.

I Greci chiamavano Barbari quei popoli che vivevano al di là dei loro confini, che non parlavano greco, che non ne condividevano la cultura, proprio per sottolineare quel balbettio incomprensibile con il quale si esprimevano gli stranieri. I Romani consideravano barbari tutti i popoli nordoccidentali di stirpe germanica o celtica, almeno nella misura in cui essi non entravano a far parte della comunità politica romana (perché barbari non erano, per quanto ancora lontani dalla latinizzazione, i provinciales, i sudditi liberi delle province) e che non abitavano in insediamenti urbani complessi, in città.

I barbari erano considerati popoli selvaggi e primitivi e la stessa parola “barbaro” trae origine proprio dal loro aspetto poco curato. L’immagine che ancora oggi abbiamo di questi popoli deriva da quella creata dagli storici latini, critici nei loro confronti; non sono pochi, però, coloro che seppero cogliere nel mondo dei barbari delle potenzialità che mancavano nell'ambito della civiltà classica. Questo non è ancora il caso di Cesare, che pure ci ha descritto con competenza di etnografo e non senza una punta d'ammirazione usi e costumi di Galli e Germani; Tacito, però, con la sua notissima opera “De origine et situ Germanorum”, mette implicitamente a paragone la nobiltà, la fierezza, il senso d'indipendenza e l'energia dei Germani con le doti, troppo spesso opposte, rintracciabili nella Roma imperiale. Verso la fine dell’Impero Romano, subentra una forte diffidenza, un senso di paura nei confronti dei barbari. Sono visti come l’antitesi della civiltà, distruttori, individui dai quali le nostre “più evolute società” devono tenersi all’erta per evitare possibili imbarbarimenti o ricadute nella barbarie. L’immagine del guerriero senza regole e selvaggio che perdura ancora oggi.

Gli storici moderni hanno invece rivalutato questo periodo e i suoi protagonisti. Furono certo tempi di invasioni, distruzioni e violenze, ma le strutture di potere essenziali rimasero intatte, anzi a queste si sovrapposero ed integrarono quelle dei popoli vincitori. Per lungo tempo lo stesso impero romano sopravvisse proprio grazie alle truppe fornite dalle popolazioni barbare e molti dei grandi generali, come Ezio e Stilicone, erano di origine barbara. All’inizio combattevano come truppe ausiliarie sotto il comando di un ufficiale romano, poi direttamente sotto il vessillo dell’aquila come truppe alleate o federate al comando dei loro stessi capi. Gli eserciti dell’ultimo periodo assomigliavano a quelli dei nemici sia nell’abbigliamento sia nell’armamento.

Sulle rovine della disgregazione dell’Impero Romano, sorsero gli imperi romano-barbarici, grazie ai Franchi in Francia, ai Vandali in Africa, agli Ostrogoti in Italia, agli Svevi e ai Visigoti nella Penisola Iberica, ai Sassoni, Turingi e Alemanni in Germania, agli Angli in Inghilterra, solo per citarne alcuni. Questi regni erano romani per istruzione, organizzazione e amministrazione ma barbarici per controllo e protezione del territorio, gestione militare e divisioni per tribù. Si continuò a parlare di barbari per tutto il Medioevo, sempre per indicare, secondo la tradizione romana, i popoli non appartenenti alla sfera della civiltà comune.

Il criterio distintivo, muta e diventa quella religioso. Barbari sono i popoli non ancora convertiti al cristianesimo: le popolazioni germaniche, le tribù slave e centroasiatiche. Il termine (che per altro non era gradito a tutti i teologi, molti dei quali, e per primo lo stesso Tommaso d'Aquino, gli preferiscono l'espressione gentes o gentiles) non fu mai applicato agli Ebrei, né alle popolazioni dell'Impero Bizantino; lo fu, invece, con i musulmani (a proposito dei quali la parola ha dato origine a derivati come “barbaresco” e simili).

Il significato moderno dell'espressione “barbaro”, che contiene un forte giudizio di valore in senso negativo, e che definisce una vera e propria mancanza di civiltà, intesa come ripugnanza a tutte le leggi di una civile convivenza, nasce con l'Umanesimo europeo. In quel periodo, la rivalutazione ideale della classicità greca e romana, individuata come il periodo di massimo fiorire della civiltà e della cultura, determinò automaticamente l'identificazione del contrario di questo ideale nella “barbarie”, considerata caratteristica fondamentale di quei popoli che, come si credeva, avevano posto fine alla grandezza dell'Impero Romano.

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