Featured Image

La Danza del Sole

La Danza del Sole rappresenta la più solenne e importante cerimonia nel calendario spirituale dei popoli delle pianure come gli Arapaho, Arikara, Assiniboine, Blackfoot, Cheyenne, Crow, Gros Ventre, Hidutsa, Sioux, Cree delle Pianure, Ojibway, Sarasi, Omaha, Ponca, Ute, Shoshone, e la tribù dei Kiowa.

Secondo alcuni studiosi, la pratica della Danza del Sole ebbe iniziò tra l'800 e il 1200 d.C. Wi Wanyag Whachipi tradotto significa “Danzare guardando il Sole” (Wi = Sole, wanyag = guardare, wachipi = danzare) e richiede ai partecipanti, uomini e donne, un preciso impegno formale per la durata di quattro anni, nonché il possesso di quattro requisiti: wachantognaka, la generosità, woohitika, il coraggio, wowachintanka, la forza d'animo, woksape, l’integrità morale e saggezza. La Danza del Sole fece inorridire i numerosi missionari cristiani che per primi ebbero occasione d’esserne spettatori, e per tale motivo, il governo canadese dichiarò illegale la pratica di tale rito nel 1880, seguito dagli Stati Uniti nel 1904. Gli indiani d’America furono dunque costretti a praticarla nel segreto più assoluto sino al 1928.

Featured Image Featured Image

Oggi, questa cerimonia sacra è di nuovo legale e praticata sia negli Stati Uniti e sia in Canada. Anzi, i nativi ne hanno fatto un formidabile mezzo di riappropriazione della propria cultura e della propria identità. L’origine del rito affonda le sue radici nella tradizione Lakota dell’origine del mondo; un essere, Inyan, il primo dei potenti spiriti, offrì il proprio sangue per creare Madre Terra, Maka, trasferendo in essa i propri poteri. Una parte del suo sangue si solidificò diventando la crosta terrestre; il resto, fluendo, formò i fiumi e le acque che delimitano le terre emerse. La cerimonia si svolgeva nell'arco di quattro giorni, in estate, di solito in giugno o luglio, in coincidenza con la luna piena.

Featured Image Featured Image

Per l’occasione venivano anche allestite una cucina per le necessità dei bambini, dei vecchi e dei malati e una serie di accampamenti dove le persone trovano un po’ di fresco e di riparo durante la notte. Il rituale pur presentando alcune varianti da una tribù all’altra, seguiva una serie di norme comuni. Uno sciamano sovrintendeva l’intera cerimonia fornendo le istruzioni per la preparazione del luogo dove doveva svolgersi il rito. La preparazione prevedeva la ricerca da parte degli uomini più autorevoli della tribù, di un albero di pioppo alto 12-15 metri e chiamato Can Wakan, la cui cima doveva terminare a forma di Y (a rappresentare il nido di un’aquila, il volatile che più di altri si avvicina al sole); con una specifica cerimonia che simulava un’azione di guerra con frecce e lance, l’albero veniva “catturato”. Una volta tagliati i rami e le foglie, e posizionato sulla sommità un fagotto contenente cespugli, pelle di bisonte e tabacco e attaccate larghe fasce di stoffa colorata simboleggianti le direzioni geografiche, l’albero veniva condotto sul luogo della cerimonia. Qui veniva sacrificato un bisonte la cui testa e pelle venivano legate anch’esse sulla sommità del palo. La testa del bisonte era rivolta verso il sol levante. Contemporaneamente aveva inizio la danza chiamata onast owank wacipi ovvero "danza dell'appiattimento della terra", durante la quale i guerrieri danzavano colpendo una serie di sagome e artefatti per propiziare un futuro di vittorie e grande fortuna nella caccia.

Definita l'ampiezza del cerchio del campo, a seconda del numero di partecipanti, il rituale poteva avere inizio, con la costruzione di due sacre tende a cupola (iyohanziglepi, "ombra"), al cui interno vi erano due file concentriche di posti a sedere con al centro una forcella per tenere i carboni per il fuoco sacro, e con una apertura a Est; queste tende potevano raggiungere anche i 25 metri di diametro.

Featured Image Featured Image

Dal centro del palo venivano, inoltre, fissati 16 paletti (uno ogni 4 passi) l’ultimo dei quali indica la posizione del tepee sacro dove gli uomini che si erano impegnati per la Danza del Sole, ricevevano le istruzioni e vi rimanevano per tutta la durata della cerimonia. Queste istruzioni erano necessarie perché vi erano quattro modi di interpretare la danza: wiwayang wacipi, “guardando sole” si danzava guardando verso il sole dall’alba al tramonto; wicapaĥlokapi, “trafitto”, al danzatore viene infilzato sottopelle, nei seni, un legnetto che veniva poi legato all’albero tramite una corda; okaške wacipi, “sospeso”, al danzatore veniva infilzato, sempre sottopelle, nei seni e nelle scapole un legnetto che veniva poi legato all’albero tramite una corda; ptepa yuslohanpi, “trascinando teschi di bufalo”, al danzatore veniva infilzato, sottopelle, nelle scapole un legnetto collegato tramite una corda a dei teschi di bufalo. Nelle ultime tre forme, i ballerini dovevano continuare a danzare fino a quando la carne si strappava lasciandoli liberi dalle corde. Durante questo rito di sacrificio i danzatori portano con loro un fischietto fatto di osso di aquila o bufalo che suonavano per evitare di gridare mentre tiravano la corda e in mano avevano dei rametti di salvia per ricavarne forza e protezione dagli spiriti maligni. Il terzo giorno le restrizioni sessuali venivano temporaneamente sospese e i giovani si appartano per accoppiarsi portando nuova vita alla tribù. Il quarto giorno era quello propriamente dedicato alla Danza del Sole, durante la quale non si poteva mangiare o bere. I danzatori si preparano lasciando la sacra tenda, percorrendo il tragitto segnato dai paletti e girando intorno alla capanna seguendo il percorso del sole per quattro volte, quindi entravano in azione, scalzi e indossando solo il gonnellino di pelle di daino intorno alla vita, con corone di salvia sopra la testa e intorno ai polsi. Era questo, finalmente, il momento che, lungi dal voler dimostrare come erroneamente si credeva, cruda violenza, forza e brutalità, era invece solamente un atto di auto-sacrificio, devozione e ringraziamento alla Madre Terra, un rito per ricollegare l’anima alla Divinità e per purificarsi.

Featured Image