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La grecia arcaica e classica

Anche se, pensando alla Grecia, la guerra non è la prima cosa che ci viene in mente, questa era la loro preoccupazione più immediata tanto che la guerra era l'argomento di quasi tutte le tragedie e le commedie che sono arrivate fino a noi, e i guerrieri e la guerra sono i soggetti più comuni delle statue e della ceramica, mentre gran parte della filosofia classica greca si occupava del ruolo dell'oplita: il cittadino-soldato.

La principale causa della guerra, come osservavano gli stessi Greci, era “l'ambizione di avere di più”, e ciò che tutti volevano ottenere, erano onore e ricchezza. Le città cercavano di conquistare più onori rispetto alle città confinanti, cosicché le rivalità interminabili producevano una situazione di costante tensione che sfociava di frequente in conflitti.

Era dovere del cittadino, in tutti i liberi stati greci, fare il servizio militare.Fondamentamene, ogni cittadino greco era un soldato. Dopo svariati secoli in cui i Greci vissero in villaggi sparsi, nell'VIII secolo a.C., si svilupparono numerose piccole città. Per tutto il periodo arcaico (700-480 a.C.) gli insediamenti continuarono ad allargarsi, comparvero fortificazioni ed edifici monumentali e i Greci iniziarono a viaggiare per il Mediterraneo e il Mar Nero, fondando nuove città. Lentamente si sviluppò la tipica forma di organizzazione politica greca: le città-Stato (poleis).

Non è possibile ricostruire con certezza la storia militare di tale periodo, perché molte testimonianze provengono da fonti più tarde, incomplete e inaffidabili. Dal 550 a.C. le relazioni fra le poleis furono formalizzate per la prima volta con trattati di alleanza, come la Lega del Peloponneso formatasi dalle alleanze di Sparta con le città vicine o la Lega di Delo promossa da Atene. Un punto di svolta epocalesi ebbe all'inizio del periodo classico (480-338 a.C.), quando i greci si opposero all'espansionismo persiano. Per un certo periodo Sparta e Atene condivisero il ruolo di guida dei Greci, ma le ambizioni di entrambe, le portarono a una lunga serie di guerre per stabilire la supremazia: la Prima guerra del Peloponneso (461-446 a.C.), le due fasi della Seconda (431-42 l a.C. e 413-404 a.C.) e la Guerra di Corinto (395- 386 a.C.). Nel corso del V secolo a.C., gli Ateniesi riportarono diversi successi ed ebbero tanta fiducia nelle proprie capacità da farsi coinvolgere in conflitti lontani, come nel tentativo fallimentare di sostenere la rivolta degli Egizi contro i Persiani e nella disastrosa spedizione in Sicilia. Sparta, però, alla fine riuscì a ottenere l'appoggio economico persiano che le consentì di sconfiggere Atene e i suoi alleati. Verso la fine del IV secolo a.C., Sparta tornò ad avere un'egemonia incontrastata sulla Grecia e ad essere più potente che in precedenza. I suoi avversari, tuttavia, non si arresero e diedero vita a una Seconda Confederazione Ateniese nel 377 a.C. Inoltre emersero nuovi pretendenti al ruolo di guida, in particolare i Beoti, gli Arcadici e i Tessali. Dopo la sconfitta definitiva di Sparta, a Leuttra, nel 371 a.C., la lotta per l'egemonia si svolse con alleanze instabili, che videro continui cambi nella supremazia, ma con risultati sempre meno soddisfacenti. Le debolezze del sistema militare e le intense rivalità interne che li dividevano, non consentivano mai ai Greci di fondare un impero duraturo e in seguito di fronteggiare la crescente potenza dei Macedoni, che nel 338 a.C. li sottomisero.

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L’addestramento di un greco iniziava in giovane età e con differenze tra le variepoleis. I nuovi cittadini-soldati sarebbero stati riuniti insieme e avrebbero prestato un comune giuramento. Questi giovani venivano chiamati efebi o “giovani” e nel corso dei due anni successivi sarebbero stati sottoposti a un programma di addestramento fisico e militare. Nel periodo arcaico, l'addestramento era probabilmente rudimentale e improvvisato, ma col tempo divenne sempre più organizzato e sofisticato. Ad Atene il primo anno di efebato era completamente assorbito da un ciclo di gare atletiche, soprattutto corse; la più importante era la corsa con le torce. La danza pirrica in armatura insegnava ai giovani guerrieri le mosse necessarie per evitare i colpi nemici e sferrare i propri. Un'altra attività organizzata di carattere militare era la corsa degli opliti, introdotta a Olimpia nel 520 e a Delfi nel 498. Il secondo anno d'addestramento era in genere più intenso e di carattere più militare. In molti stati gli efebi vivevano insieme, lontani da casa, in caserme. Essi fornivano le guarnigioni permanenti per i punti difensivi chiave delle città-stato: la cittadella fortificata e i forti e le torri di guardia lungo il confine, presidiandoli per evitare gli attacchi di sorpresa da parte degli stati vicini, svolgendo anche funzioni di pattugliamento delle frontiere e della campagna.

Le armi cominciarono a essere distribuite dallo stato solamente alla fine del periodo classico; prima era compito del cittadino-oplita provvedervi per conto proprio. L'equipaggiamento era costoso, tanto che di norma venivano passate di padre in figlio.

I Greci erano orgogliosi del loro modo di combattere. Il tipico soldato greco, l'oplita, scendeva in battaglia protetto da una pesante armatura che gli consentiva di ingaggiare scontri ravvicinati più violenti di quelli combattuti di solito nel mondo antico. Questo fatto accrebbe l'autostima dei Greci che si consideravano una nazione di guerrieri di eccezionale forza e audacia, circondata da barbari deboli e codardi i quali preferivano combattere a distanza, servendosi di giavellotti e frecce. Un ulteriore motivo di vanto era di combattere con regole, seguendo un codice che prevedeva, tra l'altro, il rispetto dei caduti in guerra, anche se i vincitori si sentivano in diritto di spogliare i cadaveri dei nemici, cui sottraevano le armature, oltre agli eventuali effetti personali che si portavano addosso. Le armi andavano a costituire un trofeo eretto sul punto in cui lo scontro era stato decisivo.

Nonostante noi siamo abituati a pensare ai soldati greci come opliti ben protetti dal loro scudo, elmo con cresta e armatura scintillante, la maggior parte dei soldati che combatterono nelle guerre della Grecia arcaica e classica era formata da guerrieri dilettanti. Tutti i cittadini nella maggior parte delle poleisavevano il dovere di procurarsi un equipaggiamento, di provvedere al proprio addestramento e di partecipare alle guerre al meglio delle loro capacità. Anche i più poveri che non potevano permettersi di comprare armi e armature costose, né di dedicarsi ad allenamenti regolari,accorrevano con i loro giavellotti, archi e pietre,quando venivano chiamati a raccolta per la difesa della città o dovevano prendere parte a brevi conflitti. I cittadini che potevano permettersi di acquistarealmeno uno scudo e una lancia e forse, addirittura, una corazza in bronzo e una spada, potevano prestare servizio come hoplitai (opliti), un termine che significa semplicemente“uomini con un equipaggiamento militare” (hopla), in contrapposizione con le truppe “leggere” e nude” (psiloi,gymnetes), prive di scudi. Nonostante le raffigurazioni dell'arte greca del periodo arcaico, sappiamo che alcune parti dell'armatura erano usate molto più diffusamente di altre: gli elmi erano in proporzione più numerosi degli schinieri e delle corazze e che la maggior parte degli opliti portava solo una lancia e uno scudo e non indossava che un elmo e una tunica corta.

Solo i cittadini più ricchi si dotavano di una panoplia completa con uno scudo che poteva avere disegnato uno stemma personalizzato, al posto di quello con l'emblema della propria città, spesso usato sullo scudo dai soldati comuni. Gli opliti benestanti erano seguiti da alcuni servitori, solitamente schiavi, e i più ricchi si presentavano in battaglia a cavallo, anche se poi combattevano a terra. Nel periodo arcaico erano rari i soldati di cavalleria mentre nel corso dell'epoca classica, un numero crescente di città organizzò le truppe di cavalleria. Nonostante i tentativi di creare una certa uniformità, ognuno si equipaggiava con ciò che poteva o voleva procurarsi. Anche l'addestramento era lasciato in gran parte all'iniziativa dei singoli. Gli uomini più abbienti trascorrevano molto del loro tempo libero nei ginnasie nelle palestre mentre per i meno abbienti contavano semplicemente sul la forza e sulla forma fisica,derivanti dal duro lavoro. Raramente erano possibili le esercitazioni di formazione.

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Sappiamo che in età arcaica non era inusuale assistere ad atti di eroismo individuale e a duelli “a singolar tenzone”; la stessa Iliade ne descrive alcuni. Ma questi episodi non erano più compatibili con la tenuta della formazione falangitica, ne compromettevano la potenza e la coesione. Il poeta spartano Tirteo afferma che ai suoi tempi, nel VII secolo a.C., ogni guerriero era tenuto a combattere spalla a spalla con il proprio commilitone e ad evitare qualunque gesto, per quanto valoroso, che potesse compromettere la coesione della formazione. Ed è a questo concetto che dobbiamo legare l’inizio dell’arte occidentale della guerra, con tutte le sue implicazioni etiche, politiche e sociali. E probabilmente in questo stesso periodo fu istituzionalizzata la pratica di schierare le truppe in file. Nasceva così l’oplita e la falange ovvero, nel significato attribuitole dai Greci antichi, la “formazione da battaglia”. Una formazione che ispirerà fino ai picchieri delle armate europee dal XIII ad almeno il XVII secolo. Si ritiene che siano stati gli Spartani a inventare la falange anche perché all’epoca in cui ne abbiamo una descrizione accurata, agli inizi del IV secolo a.C., la loro è di gran lungala più evoluta, nei singoli reparti come nei comandanti subalterni.

L’unità base della falange spartana era originariamente composta da ventitré opliti, disposti in tre file da otto elementi, e due ufficiali, uno che si posizionava davanti alla prima linea, e uno che occupava uno dei posti dell’ultima fila e aveva la responsabilità del mantenimento della coesione della formazione; quest’ultimo, era l’unico ufficiale che non si posizionasse davanti alla prima linea o in testa alla fila di destra. Tutte le poleis, almeno fino all’epoca delle Guerre persiane, avevano adottato uno standard di profondità basato su otto linee. Era presente anche una unità di cavalleria aggregata ma che non doveva annoverare più di sessanta elementi, e che iniziò a comparire nell’armata spartana solo nel corso della Guerra del Peloponneso, precisamente nel 424 a.C.L’élite della falange spartana era costituita dagli hippeís trecento opliti solitamente disposti all’ala destra e che costituivano anche la guardia del corpo reale. Al contrario di quanto faranno i romani, i greci non costruivano mai, nemmeno in situazione di pericolo, accampamenti fortificati.

La formazione della falange portò anche a modifiche nella panoplia del soldato greco. L’attenzione era puntata sulla leggerezza dell’equipaggiamento per consentire una maggiore mobilità e fluidità delle manovre. Una panoplia comunque piuttosto costosa, che si trasmetteva di padre in figlio; solo alla fine del periodo classico lo Stato avrebbe tolto ai cittadini l’onere di provvedere all’acquisto dell’armatura e, forse, solo con la fine della Guerra del Peloponneso assistiamo aduna piena uniformità di equipaggiamento nell’ambito di una stessa polis.Per ottenere la coesione auspicata, ci volevano uno scudo più maneggevole e nello stesso tempo sufficientemente grande da coprire il lato scoperto dell’uomo al proprio fianco sinistro, e una lancia con cui affondare i colpi al momento dell’impatto stesso, in luogo del leggero giavellotto da lanciare prima del cozzare degli schieramenti.

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Lo scudo (il termine greco per definirlo è aspis) che si utilizzò nel corso dell’età classica, era frutto di una secolare evoluzione, inaugurata ancora in età micenea da un’arma “a forma di otto”; prese la sua forma definitiva nel corso dell’VIII secolo a.C., con il modello argivo detto hoplon, uno scudo rotondo, più convesso e con il bordo rinforzato per impedirgli di curvarsi sotto i colpi subiti in battaglia. Con il suo diametro di circa 1 metro, era in grado di coprire il corpo del combattente dal mento al ginocchio ma anche la parte scoperta del commilitone sulla sinistra; pesava poco più di 7/8 chilogrammi, il che vuol dire che era piuttosto sottile, tanto da essere sufficiente contro gli affondi di lance e spade, ma di scarsa efficacia contro giavellotti e frecce.

Era stabilmente ancorato al braccio dell’oplita mediante un bracciale di bronzo saldato all’interno mediante due piastre; il soldato vi passava l’avanbraccio attraverso e poi afferrava con la mano una cordicella che correva lungo l’intera circonferenza del bordo, ancorata allo scudo mediante rovelli disposti con cadenza regolare.La base era di legno, probabilmente di noce, e solo in età classica si trovò il modo di rivestirla di una sottile lamina di bronzo pressato, in alternativa alla pelle di bue, che continuò comunque a essere usata; il rinforzo in bronzo nel periodo arcaico era limitato ai bordi e all’umbone centrale,scomparso in epoca classica. Anche con il rivestimento in metallo, comunque, gli emblemi continuarono a essere dipinti. A seguito dei primi contatti bellici con i Persiani, comparve anche una sorta di “grembiule” in cuoio che pendeva lungo il bordo inferiore, come ulteriore difesa contro le frecce.

L’elmo non era particolarmente rigido, e non sempre resistente ad un colpo di spada, mentre la sua flessibilità consentiva di metterlo e toglierlo con una certa facilità, o di tenerlo sollevato all’altezza della fronte.Non vi erano cinghie per fissarlo al mentoe l’oplita correva il rischio di perderlo durante la battaglia. Il tipo più diffuso era quello detto “corinzio”, evolutosi a partire dall’VIII secolo attraverso forme sempre più sofisticate, ma mantenendo sempre la sua caratteristica di coprire tutto il viso tranne gli occhi, il naso e la bocca. Anche le orecchie erano coperte e questo impediva di recepire bene gli ordini del proprio comandante, tanto che si tendeva a tenerlo sollevato fino agli attimi precedenti lo scontro; nel corso del V secolo, pertanto, venne modificato e si sviluppò in almeno tre nuovi modelli: uno, detto “calcidico”, con le aperture per le orecchie, e con paragnatidi fissi o rimovibili, un altro, quello “attico”, con paragnatidi rimovibili e senza guardianaso, e infine un terzo, detto “tracico”, col bordo rialzato a protezione di occhi e orecchie, paragnatidi molto lunghe fino a chiudersi sulla bocca e una leggera cresta sulla sommità.Parallelamente si sviluppò e si diffuse anche il tipo “beotico”, molto più aperto, derivante da un copricapo di feltro. L’interno degli elmi era rivestito di stoffa, ma qualcuno usava indossare, sotto l’elmo, un copricapo di tessuto, per attutire l’impatto dei colpi ricevuti. La cresta di cavallo che troneggiava sulla sommità svolgeva la precisa funzione di far apparire più alto e imponente l’oplita anche se, nel corso del tempo, con una maggiore definizione dei gradi e delle rispettive uniformi, divenne piuttosto un segno del rango. Il guerriero la conservava separata dall’elmo, in una scatola, perché i colori non si sciupassero, e l’attaccava al copricapo mediante due distinti sistemi, ovvero una o più forcelle disposte lungo la sommità, oppure un perno leggermente incurvato alla sommità, che staccava notevolmente la cresta dall’elmo.Gli ufficiali spartani solevano portare la cresta trasversale, mentre si ha notizia di creste multiple o di elmi piumati con piume di ostrica per gli alti ufficiali. Un altro segno distintivo era un bastone, che poteva essere completamente dritto o ricurvo a un’estremità, che si usava porre sotto l’ascella sinistra per appoggiarvi il peso del corpo.

In età arcaica la corazza dei soldati più importanti sembrava una sorta di campana (da qui il suo nome), formata da piastre di bronzo a forma di anello orizzontale il cui diametro si allargava in vita. Un modello ingombrante e che probabilmente era indossato dagli eroi omerici, e che si affinò col tempo fino a divenire, in età classica, la cosiddetta corazza “anatomica”, modellata secondo le forme del busto e chiusa in vita, dalla quale pendevano strisce di cuoio indurito, dette pteruges, disposte in due strati, il secondo dei quali andava a coprire gli intervalli lasciati dal primo. L’armatura era costituita da due valve di bronzo modellato, tenute insieme da una cerniera su ciascuna spalla e due lungo i fianchi. Un secondo modello molto diffuso era quello denominato corazza “composita”, perché il bronzo era rivestito da lino o cuoio per prevenirne l’ossidazione o semplicemente da più strati sovrapposti di cuoio indurito o di lino pressato. Quest’ultimo modello era preferito per la sua maggiore flessibilità, leggerezza e soprattutto per i suoi bassi costi, e poteva raggiungere uno spessore di mezzo centimetro. Le spalle erano protette da un altro elemento a forma di “U”, le cui due estremità erano fissate sul petto.

Fino alla metà del V secolo a.C., sotto l’armatura si indossava il chitoniskos, solitamente di lino o di lana,In seguito, questo capo d’abbigliamento fu affiancato e pressoché sostituito dall’exmosis, una tunica corta di lino senza maniche e stretta alla vita da una cintura.

Gli schinieri vennero introdotti a partire dal VII secolo a.C., non erano rigidi e grazie alla naturale elasticità del bronzo si stringevano intorno al polpaccio adattandosi alla sua muscolatura, senza bisogno di stringhe per tenerli fermi, tanto che venivano realizzati su misura. I primi modelli coprivano dalla caviglia fin sotto il ginocchio, ma col tempo anche quest’ultimo, si dimostrò vulnerabile. In certi periodi, si usava metterci sotto una protezione in stoffa,per evitare lo sfregamento del bronzo sulla pelle.

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La lancia costituiva l'armamento principale dell'oplita. Era un'arma che non richiede addestramento particolare per essere usata, ed esercitò quindi, un ruolo più importante della spada. I Greci la preferivano realizzata in frassino, un legno abbondante e che offriva il giusto bilanciamento tra le esigenze di resistenza e di leggerezza. Le parti in metallo erano in ferro ma anche in bronzo. Probabilmente era lunga poco meno di due metri e mezzo, sebbene le esigenze artistiche dei vasi la raffigurassero più corta, e pesava circa un chilogrammo.

Un potente colpo sottomano poteva essere vibrato al momento dell'impatto, diretto al ventre dell'avversario, mentre, durante le mischie chi era nei ranghi posteriori usava la lancia sopramano, ferendo l'avversario nella parte superiore del corpo con colpi dall'alto verso il basso.Spesso la lancia si spezzava al primo terribile urto e allora il combattimento poteva trasformarsi in una spasmodica lotta con il pezzo avanzato (che aveva unapposito puntale all'estremità, detto stirax o “uccisore di lucertole”), con la spada oplitica o persino a mani nude.

Quanto alle spade, ve ne erano di diversi tipi, che l’oplita usava tenere in un fodero, di legno rivestito di cuoio, appeso a tracolla. La più diffusa, della xiphos, aveva un’elsa cruciforme e una lama dritta, a doppio taglio e a forma di “foglia” più larga verso l’impugnatura, per una lunghezza della lama di circa settantacinque centimetri. Ma a partire dal VI secolo a.C. si diffusero anche spade di probabile influenza orientale, a un taglio, l’una a mo’ di scimitarra, con il dorso dritto o appena concavo, e l’altra a forma di sciabola ricurva, denominate rispettivamente kopis e machaira, lunghe circa 60/65 centimetri, con l’elsa spesso a forma di uccello o comunque a testa di animale, e con un’accentuata uncinatura per la protezione delle nocche. Le lame erano normalmente in ferro o bronzo.

I greci non amavano servirsi delle armi da tiro: la loro concezione della guerra li spingeva al confronto faccia a faccia col nemico, piuttosto che colpirlo vigliaccamente, secondo loro, da lontano. Per l’esercito greco fu una delle sue più grosse debolezze.Gli opliti ad ogni modo si erano inventati un sistema per ridurre il pericolo delle frecce nemiche: muovendo le lance in posizione verticale, alcune frecce picchiavano contro le aste e venivano neutralizzate.

Scarsa era nell’esercito greco la presenza della cavalleria che era utilizzata solo per compiti secondari e di minimo interesse tattico, probabilmente sia per quella stessa filosofia di guerra che prediligeva il corpo a corpo e sia a causa della conformazione del terreno, che difficilmente creava condizioni adatte ad esprimere al meglio il potenziale di questa unità. Ciò risultò estremamente penalizzante, soprattutto di fronte ad eserciti più dinamici, flessibili.

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Intorno al 430 A.C. in Grecia si diffusero i mercenari e, grazie a loro, soldati e ufficiali esperti, con la disciplina e l’esperienza necessaria per applicare tattiche complesse.Si avviarono parecchie innovazioni in campo militare, sperimentando che una cavalleria e una fanteria leggera ben utilizzate potevano avere la meglio sulle pesanti formazioni oplitiche. Un grande personaggio che segnò lo sviluppo della fanteria leggera fu Ificrate, che creò il prototipo della falange macedone. Questo generale sostituì le armature dei suoi mercenari con un giustacuore di cuoio, ridusse la dimensione dello scudo, e allungò considerevolmente la lunghezza della lance. Grazie infatti al nuovo scudo, che misurando sui 50-60 cm di diametro, poteva essere agevolmente legato a un braccio, fu possibile dotarsi di lance molto più lunghe, facilmente gestibili, ora che i soldati avevano entrambe le mani libere.I nuovi soldati, che presero il nome di peltasti per via del nuovo scudo, detto “pelta”, avevano alcuni vantaggi rispetto alle falangi oplitiche: il loro equipaggiamento leggero li rendeva meno soggetti alla fatica, e di conseguenza potevano combattere più a lungo. Il minore peso da trasportare inoltre minimizzava parecchio il problema del terreno, rendendo più difficile al nemico l’incursione e lo sfaldamento dei ranghi della formazione. Le lance più lunghe infine, potevano colpire gli opliti per primi e tenerli a distanza agilmente.

E la battaglia di Cheronea, nel 338 a.C.,segnò un nuovo punto di svolta, perché decretò il successo di un sistema tattico rivoluzionario che coordinava in maniera efficace le unità in campo, affiancando la cavalleria a una variante della falange tradizionale di fanteria leggera. Il nuovo modo di combattere macedone si affermò in modo rapido, e portò nei cinquant’anni successivi alla costruzione di uno degli imperi più estesi della storia. Un fante dotato di una picca di 5 m (la sarissa), e per il resto di armi leggere, posto a distanza ravvicinata dagli opliti dell'esercito tradizionale ellenico e una cavalleria, formata dai rampolli della nobiltà, reclutati in un'unità speciale della guardia, gli hetairoi (compagni del re) e addestrati assieme a molte altre unità di cavalleria a lanciarsi alla carica contro qualsiasi formazione diversa dalla falange di opliti. Anche il fronte della falange fu allargato a 16 file.

Prima dell'epoca di Filippo, le tecniche dell'assedio prevedevano una cerchia di trincee intorno alle mura della città per affamarla, non potendola sottomettere con un assalto diretto o la costruzione di rampe per consentire agli assalitori di superare le fortificazioni. Sembra che Dionigi I di Siracusa fu il primo a utilizzare la catapulta a torsione per conquistare la città siciliana di Mozia, nel 397 a.C., ma probabilmente nessuno ne capì il potenziale fino a Filippo II. Solo con l'invenzione di congegni a torsione per il tiro delle lance (oxybeleis), delle frecce (katapeltai) e dei sassi (petrobaloi), verso la fine del IV secolo a.C., divenne possibile attaccare da lontano le mura di una città. Queste macchineavevano una gittata effettiva di 150 m. e ipetrobaloi avevano una forza sufficiente a distruggere le mura cittadine.Per colpire le mura dall’alto si costruivano enormi torri da assedio, come quella di Demetrio, chiamata helepolis, alta ben 140 m, usata nell'assedio di Rodi del 304 a.C. Queste torri erano anche dotate di armi da tiro. Questi progressi tecnici comportarono che, mentre prima dell'epoca di Filippo raramente gli assedi avevano buon esito, fra il 317 e il 303 a.C. ben 59 dei 79 assedi tentati ebbero successo. Alessandro si faceva accompagnare da specialisti dell'assedio, i katapeltaphetai e le loro imprese straordinarie, in luoghi come Tiro, dimostrano che essi erano capaci di costruire strumenti imponenti e migliorare sempre le loro tecniche col passare degli anni.

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CRONOLOGIA DEGLI AVVENIMENTI

Periodo Arcaico (700-480 a.C.)

Periodo Classico (480-338 a.C.)

Periodo ellenistico (338 -31 a.C.)

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